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uno spazio per ascoltare la malattia- don Giuseppe /2 [04/06/2019]

Uno spazio per leggere, scrivere e ascoltare l’esperienza della malattia

 

Quasi ogni giorno, da quattro mesi in qua, mi capita di dedicare almeno un paio d’ore a leggere e scrivere il “diario dell’intensificazione della vita” (è così che un amico mi ha suggerito di intitolare il diario su cui cerco di stendere ogni giorno delle note). Perché utilizzare tanto tempo a leggere e scrivere nella malattia, se tutto lascia pensare che di tempo ne resti in realtà poco e le cose da fare siano davvero molte?

Dopo la prima dimissione dall’ospedale, lo scorso febbraio, ho ricevuto da quel mio amico la proposta di andare a vivere con lui, a casa sua, almeno per un periodo. Dopo essermi confrontato con i confratelli salesiani della mia comunità e con i miei familiari, ho accettato la sua offerta. Il mio amico mi ha prontamente predisposto uno spazio ad hoc, nel salotto di casa sua, un angolo confortevole e luminoso su cui poggiare libri e computer. È diventato questo lo spazio fisico del mio percorso di elaborazione e di cura. È qui che scrivo il diario (a quattro mesi dalla diagnosi, ho steso una novantina di pagine, ma il diario cresce ogni giorno), dedicando generalmente a questo lavoro le prime ore del mattino (le ore per me più tranquille). 

 

 

 

Lettura e scrittura sono state per me da sempre un luogo fondamentale di elaborazione del vissuto. Attraverso la lettura e la scrittura anche la malattia si è pian piano trasformata in una straordinaria opportunità per pensare.

Le letture sono state e sono varie. Leggo libri e articoli. Ci sono i testi dei filoni che amo (libri e contributi che mettono a tema lo scrivere, testimonianze, storie di malattia, di cura, di ospedale, libri di poesia), ma anche i libri donati o segnalati dagli amici/he nelle conversazioni, nel corso delle loro visite. Si tratta per lo più di testi di spessore narrativo ma ultimamente ho ripreso in mano anche qualche saggio, soprattutto sui temi del morire (e del vivere) e sulla spiritualità.

Tutte le letture, anche quelle casuali, mi aiutano a rintracciare parole per dire di me e dell’esperienza intensiva che sto vivendo in questi mesi. Sono pagine che leggo ma soprattutto pagine che mi leggono, nelle quali ritrovo espresso efficacemente ciò che sento ma non riesco ancora ad articolare e ad esprimere con efficacia.

La lettura è comunque priva delle pressioni che sentivo prima: l’esigenza di portare a termine la lettura di un libro, una volta iniziato, l’esigenza di catalogare e registrare quanto letto. È una lettura più libera, che consente interruzioni, abbandoni, riprese, divagazioni.

Forse dovrei scegliere più oculatamente le mie letture, perché tutto lascia pensare che non mi resti molto tempo da vivere, ma ho fatto anche l’esperienza di positivi incontri con quello che arriva apparentemente a caso e apre scenari inaspettati. Certe volte è proprio la sorpresa che apre possibilità nuove di pensiero. Prevale comunque l’esigenza di leggere anche solo per il gusto di leggere, per alimentarmi, per trovare parole che rischiarino ciò che vivo 

Al leggere si lega lo scrivere. Lo strumento principale della mia scrittura, in questo periodo, è il diario come luogo in cui dire e narrare la malattia e, più in generale, ogni esperienza che mi capita di vivere (gli incontri con gli amici, le passeggiate ecc.). La mia scrittura è una specie di cronaca, con l’inserto di note riflessive e frammenti spesso presi dalle tante conversazioni che intrattengo o dalle letture che faccio e che, in fondo, sono anch’esse conversazioni, eventi relazionali in cui l’interlocutore/trici è l’autore/trice del testo.

La scrittura, vero e proprio viaggio interiore, conduce per mano dall’apparente non senso al senso nascosto e profondo delle cose e di ciò che sto vivendo. Scrivendo il diario, ho modo di dare ordine a pensieri che spesso rimangono taciti o mi appaiono solamente nella forma di frammenti sconnessi. Scrivendo aumenta poi la consapevolezza di ciò che mi succede (diagnosi, terapia) e di quello che si muove dentro di me e nei miei rapporti con gli altri (interazioni, pensieri, emozioni, rappresentazioni, comunicazioni).

Attraverso la scrittura, scorrono nella mente anche le cose che ho provato in passato, le gioie e i dolori, le rinunce e le scoperte, i traguardi raggiunti e le sconfitte, i guadagni e i pianti. Vedo tutto prevalentemente all’insegna del bene, abbandono ogni rancore e mi apro a una sorta di ricapitolazione, di nuova interpretazione del vivere, in particolare di nuova esperienza del sentire e del continuo rinarrare le relazioni.

La scrittura del diario è narrazione di me stesso come racconto da riprendere continuamente in mano e assume spesso anche la forma di una preghiera, che mi fa riconoscere e sentire custodito e costantemente accompagnato da una presenza amorosa.

Il diario è infine anche lo spazio in cui confluiscono le storie degli altri, le relazioni costruite, lo scambio, il confronto che alimentano la narrazione e la riflessione. La rete amicale e le conversazioni si traducono infatti molto spesso in scrittura, trovano forma nel diario o lasciano traccia nelle interazioni in rete. Le parole del diario, anche quelle che sembrano emergere dalla mia interiorità, sono spesso relazionali, sono nate e si sono alimentate nelle relazioni, hanno preso forma nei colloqui. Tra questi una certa rilevanza assumono anche i colloqui – o talvolta semplicemente lo scambio di sguardi – con le persone che incontro in terapia, nelle sale d’attesa dell’ospedale. La malattia magari rallenta i movimenti, qualche volta blocca le gambe o l’intestino, ma non blocca il pensiero e orienta a cercare proprio nell’incontro con l’altro/a una via d’uscita, un’àncora di salvezza, una chiave di senso.

Leggere e scrivere l’esperienza della malattia non rappresenta perciò un tempo sottratto a ciò che resta ancora da vivere e da fare, ma un tempo guadagnato, che intensifica la vita e lascia spazio al pensare e al sentire.

Le letture, la scrittura e l’incontro con altri/e alimentano costantemente il prezioso sentire che la malattia rivela: il fatto che malattia e morte sono qualcosa di costitutivo della nostra finitezza umana, una fragilità costitutiva, ma anche un’occasione di apprendimento, un compito e un impegno, un’opportunità e un dono.

La narrazione rende la malattia un’esperienza abitabile, che genera guadagni conoscitivi, consegne reciproche e affidamenti ad altri/e. Una volta consegnati, diventa possibile bandire l’angoscia, il senso di smarrimento o la paura, liberarsi dal bisogno di controllare tutto, accettare la fragilità, lasciarsi andare, sapersi affidati, sentire il calore dell’abbraccio. Tutto questo si riconosce non come conquista a fronte di uno sforzo o di un merito personali ma come dono immeritato, da ricevere con immensa gratitudine. 

 

 


::::::    Creato il : 04/06/2019 da Magarotto Roberto    ::::::    modificato il : 05/06/2019 da Magarotto Roberto    ::::::
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