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dall'antico sciamano al medico moderno . F.Benedetti a Bologna Medicina 2017 [26/04/2017]

 

Dall'antico sciamano al medico moderno 

Esiste una vasta letteratura sulla relazione medico-paziente. Questa speciale interazione sociale è stata analizzata sotto diverse prospettive, da quella psicologica a quella sociale e da quella filosofica a quella socioeconomica. Inutile dire che gli studi hanno fornito importanti informazioni a medici, personale sanitario, psicologi, filosofi nonché amministratori e politici. Quello che è emerso nel corso degli anni è che gli operatori sanitari non dovrebbero solo sviluppare le loro capacità tecniche, ma anche rafforzare le loro abilità sociali e di comunicazione. 

Sebbene questo possa sembrare ovvio, molti studi hanno dimostrato che una buona relazione medico-paziente è auspicabile non solo perché la buona educazione è meglio della scortesia, ma anche perché la prima può avere effetti benefici sulla salute mentre la seconda può portare a risultati negativi. Grazie ai recenti progressi delle neuroscienze, oggi siamo in grado di descrivere i meccanismi biologici che sottostanno alla relazione medico-paziente.

Il compito non è semplice, poiché molte realtà neuroscientifiche devono essere incorporate nel contesto clinico della pratica medica quotidiana. Le neuroscienze costituiscono una disciplina molto ampia, dall’approccio molecolare e cellulare a quello cognitivo e sociale, e possono fornire buone informazioni su cosa succede nel cervello del paziente (e del medico) durante l’interazione medico-paziente. 

Per esempio, oggi possiamo studiare meccanismi nervosi complessi, come la fiducia, la speranza, l’empatia, la compassione, tutti elementi chiave nella relazione tra terapeuta e paziente. Tenendo in considerazione tutti questi aspetti, oggi le neuroscienze ci dicono che questa interazione sociale complessa, dove un individuo soffre e un altro cura, modula le stesse vie biochimiche e gli stessi circuiti neuronali che sono il bersaglio dei farmaci. Anzi, sarebbe meglio dire il contrario. I farmaci usano le stesse vie biochimiche delle interazioni sociali, visto che queste ultime sono emerse per prime nel corso dell’evoluzione. 

La specie umana è intelligente e ha sviluppato delle molecole (i farmaci) in grado di potenziare questi meccanismi psicosociali già esistenti nel sistema nervoso di noi umani. Questa componente psicosociale è sempre presente nell’interazione fra il paziente, che crede e spera, e il suo terapeuta, che si prodiga per cercare di alleviare le sofferenze. 

La relazione medico-paziente è dunque un sistema socio-neuronale che si è evoluto quale meccanismo di difesa a tutti gli effetti, dall’antico sciamano al medico moderno. Nello stesso modo in cui le risposte immunitarie si sono evolute per proteggere gli organismi viventi dai microinvasori esterni (batteri e virus), o la reazione di fuga si è evoluta per affrontare i pericoli ambientali, così l’interazione terapeuta-paziente si è affermata evolutivamente per fornire supporto psicologico e sociale al debole, all’ammalato, all’anziano. 

Ciò garantisce la soppressione del disagio grazie ad un semplice evento sociale, cioè l’incontro con colui che fornirà la soluzione per la guarigione. Un individuo il cui cervello sia capace di spegnere il dolore quando avverte la presenza di un aiuto medico ha sicuramente un vantaggio evolutivo rispetto all’individuo privo di tale capacità. Questo sistema, che usa gli stessi circuiti nervosi dei farmaci, è sempre attivo, a prescindere dalla presenza di terapie efficaci o inefficaci. Anche se la terapia è del tutto inefficace, l’aspettativa e la speranza di beneficio (la risposta placebo) può essere sufficiente a indurre un miglioramento clinico e a sopprimere il disagio. Ciò che distingue lo sciamano dal medico moderno è che, mentre il primo usa procedure terapeutiche prive di efficacia nella maggior parte dei casi, il secondo ha nelle sue mani un armamentario terapeutico efficace. Ma questo sistema socio-neuronale responsabile dell’interazione terapeuta-paziente è sempre lì, presente e pronto a manifestarsi sia nell’interazione con lo sciamano che con il medico moderno. Qual è il vantaggio di affrontare la relazione medico-paziente dal punto di vista neuroscientifico? 

Qual è il valore aggiunto del sapere che il medico con le sue parole e i suoi comportamenti può attivare gli stessi meccanismi dei farmaci? Il primo vantaggio è ovvio: le neuroscienze studiano il funzionamento del cervello, e questa particolare interazione sociale fornisce importanti informazioni sui meccanismi di fiducia, speranza, empatia, compassione. 

Il secondo vantaggio è che i medici, e più in generale il personale sanitario, possono comprendere meglio le alterazioni indotte nel cervello dei loro pazienti. Con questa conoscenza neuroscientifica in mano, il personale sanitario “vede” in maniera diretta come parole, attitudini e comportamenti attivino e inattivino quelle stesse molecole e regioni cerebrali che sono lo stesso bersaglio dei farmaci. Io credo che questa visione diretta del cervello del paziente possa contribuire a incoraggiare un comportamento empatico e compassionevole da parte di tutto il personale sanitario. 

C’è un terzo vantaggio. Tutti gli operatori sanitari, dai medici agli infermieri, dagli psicologi ai paramedici, possono sicuramente trarre beneficio dall’insegnamento di questi aspetti neuroscientifici nelle Scuole di medicina e nei corsi di psicologia. Questo non può far altro che migliorare la pratica clinica, soprattutto negli aspetti legati alla comunicazione e all’interazione sociale. 

 

 

F.Benedetti

professore di Neuroscienze

all'Universita' di Torino  

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 


::::::    Creato il : 26/04/2017 da Magarotto Roberto    ::::::    modificato il : 26/04/2017 da Magarotto Roberto    ::::::